Marco Travaglio contro la censura preventiva: “Non difendo Corona, difendo la libertà”

Marco Travaglio spiega il suo dissenso alla procedura su Corona

Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, critica il blocco giudiziario dei contenuti annunciati da Fabrizio Corona

Non è una difesa di Fabrizio Corona, ma un atto politico e culturale a tutela della libertà di espressione. È questo il cuore dell’intervento di Marco Travaglio, che interviene duramente sul provvedimento del giudice di Milano volto a bloccare preventivamente la diffusione di nuovi materiali annunciati dall’ex paparazzo.

Il principio contestato

Secondo Travaglio, il nodo centrale non è il personaggio Corona, ma il metodo: impedire la pubblicazione di contenuti prima ancora che vengano resi noti equivale a una forma di censura preventiva. Il giudice, motivando il blocco, ha parlato della necessità di evitare un “danno imminente e irreparabile”, pur ammettendo che tale danno non si sia ancora verificato.

Ed è proprio qui che, per Travaglio, “non ci siamo più”. La diffamazione – sostiene – si giudica dopo aver letto e verificato i contenuti, non prima. Altrimenti il rischio è quello di aprire un precedente pericoloso, utilizzabile domani contro chiunque, soprattutto contro chi non è iscritto all’Ordine dei giornalisti.

La domanda scomoda

Il direttore del Il Fatto Quotidiano pone poi un interrogativo chiave: se al posto di personaggi noti come Alfonso Signorini o dei figli della famiglia Berlusconi ci fosse stato un semplice cittadino, avrebbe ottenuto lo stesso identico blocco preventivo? Una domanda che resta sospesa e che mette in discussione l’equità del sistema.

Il comunicato di Mediaset e l’accusa di ipocrisia

A far sorridere amaramente Travaglio è stato poi il comunicato ufficiale di Mediaset, che ha espresso soddisfazione per la decisione del giudice, parlando di tutela dalla diffamazione, dalla gogna mediatica e dalla “monetizzazione dell’insulto”.

Parole che, secondo il giornalista, sembrano un clamoroso autoritratto: decenni di giornali, come Chi, televisioni e settimanali di gossip – molti riconducibili all’orbita editoriale della famiglia Berlusconi – hanno costruito il proprio successo proprio sulla curiosità morbosa del pubblico, violando sistematicamente la privacy di centinaia di personaggi famosi o presunti tali.

Privacy a senso unico

Il paradosso, sottolinea Travaglio, è evidente: chi per anni ha calpestato la privacy altrui oggi la invoca per sé. Gli stessi che hanno trasformato il gossip in un modello di business ora chiedono protezione, appellandosi a principi che raramente hanno rispettato.

Il punto, ribadisce Travaglio, non è difendere Fabrizio Corona, ma difendere un principio fondamentale dello Stato di diritto: la libertà di espressione non può essere compressa sulla base di ipotesi future. Altrimenti il rischio non è solo quello di zittire Corona, ma di legittimare un meccanismo che domani potrebbe colpire chiunque.

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